Perché amore e giudizio non possono convivere nello stesso cuore: come le critiche trasformano un partner in un imputato

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Si può dire di amare una persona, ma allo stesso tempo si emettono verdetti quotidiani: “Ancora tu…”, “Hai sempre…”, “Te l’avevo detto…”.

Ogni commento di questo tipo, anche se nella sostanza è giusto, è un mattone nel muro che vi separa da lui, riferisce il corrispondente di .

L’amore per definizione implica l’accettazione, mentre il giudizio è il suo diretto opposto, la valutazione e il rifiuto. Gli psicologi tracciano una linea netta tra il discutere un atto e il condannare un individuo.

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Il primo suona come: “Mi ha turbato quello che hai fatto, discutiamo di come evitare questo in futuro”. Il secondo suona come: “Sei una persona irresponsabile ed egoista”.

Nel primo caso, si lascia al partner il diritto di sbagliare e il modo di correggersi; nel secondo caso, lo si giudica. Gli esperti di comunicazione non violenta insistono: affinché le critiche non uccidano l’amore, devono essere rivolte ad azioni specifiche, non al carattere, ed espresse attraverso il prisma dei propri sentimenti e bisogni.

La differenza tra “non mi ascolti mai!” e “mi sento molto sola e ferita quando parlo e tu guardi il telefono” è la differenza tra la guerra e l’invito al dialogo. Il giudizio costante crea un’atmosfera da tribunale tossico nelle relazioni in cui uno è l’accusatore e l’altro è l’imputato sempre giustificato.

In questa dinamica non possono sopravvivere né la fiducia, né la tenerezza, né la passione. Tutto ciò che rimane è una guerra fredda in cui ognuno difende il proprio territorio e conserva il proprio rancore per la prossima seduta.

L’esperienza personale di chi è riuscito a rinunciare al ruolo di giudice descrive una trasformazione notevole. Quando si smette di registrare gli errori del partner in un protocollo immaginario, improvvisamente si iniziano a notare i suoi sforzi, le piccole vittorie e le qualità per cui lo si amava.

Si impara a disimparare a leggere la morale e a reimparare a vedere la persona viva. Questo non significa che si debba tollerare in silenzio tutto ciò che fa male.

Si tratta di un cambiamento di paradigma: da “sei cattivo” a “mi sento male per questo, troviamo una soluzione”. Si smette di attaccare il nucleo della personalità dell’altra persona e si inizia a risolvere insieme problemi specifici.

In questo modo vi trasformate da avversari ad alleati, che è l’unica posizione sana per una coppia. Quando il giudizio non c’è più, la misericordia – la capacità di vedere le debolezze dell’altro e di trattarle con dolcezza anziché con rabbia – ritorna nello spazio che è stato lasciato libero.

Ci si ricorda che non si è perfetti e questa consapevolezza permette di perdonare e accettare. Ed è in questa atmosfera di misericordia che l’amore può respirare pienamente senza temere un altro giudizio.

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